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THE HILL + WE DO NOT TORTURE PEOPLE | Civitanova Danza

Viale Vittorio Veneto 16, 62012 Civitanova Marche

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THE HILL + WE DO NOT TORTURE PEOPLE | Teatro Cecchetti – 03 Agosto 2013, ore 20:30 | Civitanova Danza

 

THE HILL

coreografia Roy Assaf

danzatori Igal Furman, Shlomi Biton, Roy Assaf

colonna sonora e costumi Roy Assaf

musica originale ed editing Shlomi Biton

musiche The Israeli Army March eseguita dalla banda dell’esercito israeliano guidata da Yitzhak Graziani,

Giv’at HaTahmoshet di Yoram Taharlev, I started a joke di Bee Gees

light designer Dani Fishof

con il sostegno dell’Ambasciata d’Israele

The Hill è basato sulla canzone ebraica Givat Hatahmoshet che parla della “Ammunition Hill” – letteralmente ‘Collina delle Munizioni’ – di Gerusalemme, sede di battaglie sanguinose durante la Guerra dei sei giorni.

I detriti sgretolati trasportati dall’acqua, il meccanismo di pressione, l’accumulo di terra e sabbia: è così che nasce una collina. Un uomo si arrampica su una collina terrosa e mentre sta sulla vetta qualcosa lo spinge a pensare che si trovi su un terreno sacro. Gli uomini inspiegabilmente si ritrovano coinvolti in frequenti battaglie su questo mucchio di terra. Sanciscono l’importanza di questa collina con le loro azioni, perpetuando rabbia, maledizioni e una fede cieca. Canzoni e danze affermano la loro fede e li rassicurano che vivranno lì per sempre. Non si può dire per quale scopo o da chi questi tre uomini siano stati posizionati lì. La loro danza, in un movimento circolare costante, dimostra un loop di assurdità, un ciclo di paura e virilità, evocando risate, terrore e lacrime. I loro movimenti rappresentano l’essenza dell’occupazione: sembrano soldati con petti gonfi per la convinzione. Accecati da un senso di importanza, combattono per le melodie degli inni eroici che glorificano il passato. Durante le celebrazioni della battaglia sono meccanici, come fossero sotto l’influsso di una maledizione: la loro è una specie di danza degli spiriti, un circolo festoso di cameratismo eseguito con una coordinazione perfetta e inquietante. Realizzeranno che la collina è solo frutto della loro immaginazione?

Le uniformi vengono strappate, le rivelazioni distrutte: la collina non è che un inganno. Non può essere conquistata, ma ora non può neanche essere abbandonata. Dal momento in cui hanno raggiunto la cima sono destinati a rimanerci per sempre, contro il loro volere; insieme, collaborando. Ora non hanno nessuno, all’infuori l’un dell’altro. All’improvviso desiderano tenerezza, solletico, risate e fratellanza. La loro lotta per raggiungere la vetta è terminata: gli uomini cantano per la collina, ma la collina è sorda. Danzano in onore della collina vibrante mentre ricorre una risata sotterranea: i detriti sgretolati trasportati dall’acqua, il meccanismo di pressione, l’accumulo di terra e sabbia… è così che nasce una collina.

 

WE DO NOT TORTURE PEOPLE

coreografie Noa Shadur

danzatori Einat Betsalel, Or Hakim, Almog Loven

musica originale Shahar Amarilio

costumi Tanya e Joanna Jones

direttore di prove Iris Marko

assistente coreografo Roy Bedarshi

light designer Dani Pishof

con il sostegno dell’Ambasciata d’Israele

We do not torture people è stato premiato al Curtain Up Festival 2012 al Suzanne Dellal Center di Tel-Aviv

Il titolo dell’opera proviene da una dichiarazione recitata nell’esercito degli Stati Uniti. Il lavoro esplora la condizione umana in un’epoca di “terrorismo comune”, radicato e indipendente, razionale e irrazionale e si sviluppa intorno a dei corpi fragili che si confrontano con una realtà tecnologica che interroga non solo la fisicità, ma anche la fantasia. Tutto inizia con uno… un leader, un pensatore, un danzatore. Così come il singolo raccoglie le sue forze; gli altri individui si uniscono in gruppo per creare un meccanismo maggiore delle singole individualità. L’unione dei corpi è allo stesso tempo una virtuosa armonia e un’arma letale. Ideali comuni spingono a reinventare la realtà in cui si vive, ispirando il cambiamento rispetto al mondo ereditato. I corpi diventano strumenti, le menti si concentrano su un nuovo tipo di unità. I tre danzatori di We do not torture people sono allo stesso tempo bambini innocenti e pericolosi militanti. I loro movimenti minimalisti alludono a un profondo desiderio di ordine di fronte al caos. Mentre i loro corpi si incontrano nello spazio, le loro intenzioni iniziano a soffocare. Come il caso di ogni macchina, il minimo errore può deviare un delicato equilibrio. Il gruppo si rivolta al proprio leader, lasciandolo solo nelle difficoltà; l’individualità è ed è sempre stata la più grande minaccia alla loro unione.

 

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